Zen e Logos – Massimo Scaligero

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Zen e Logos di Massimo Scaligero, raccoglie una serie di scritti sullo Zen apparsi su “Il Giappone” dal 1961 al 1968, la cui connessione organica e sistematicità hanno suggerito all’Autore la presente edizione in un unico volume. L’opera comprende inoltre il saggio – Affinità di tradizioni antiche – L’Uovo del mondo e l’uccello Hamsa -, il primo nell’ordine, pubblicato in Asiatica, 1, 1940, che solo apparentemente sembra estraneo al tema centrale: la sottile ma essenziale relazione sarà intuibile ove venga considerata l’importanza del sostrato “solare” nella formazione di quella disciplina del pensiero, che attraverso lo Yoga originario e poi le più pure ascesi buddhiste e zen, non altro senso aveva che preparare la nascita del concetto in Occidente e simultaneamente la presenzialità luminosa dell’Io in questo.
La distinzione dell’elemento aureo dello Zen da quello oggetto delle moderne esegèsi nelle varie forme mediante cui l’Occidente ha creduto incontrarlo e assimilarlo: dall’Esistenzialismo alla Psicanalisi, al “neo-spiritualismo” della Contestazione e non ultimo a certo Tradizionalismo immemore, è l’argomento centrale dell’opera, accanto a quello di indicare come la via originariamente tracciata dallo Zen, ravvisabile in quel suo vanificare ogni dialettismo o riflessità del pensiero sino all’irrompere del satori, o dell’antecedente puro, secondo una facies realizzativa ancora
legittimamente escludente l’Io, necessiti oggi l’essere esaurita e redenta, secondo i canoni della Via del pensiero del Maestro dei Nuovi Tempi, dall’uomo capace di vivere l’Io, nella resurrezione del pensiero ormai legatosi al sensibile.
Lo scadimento delle discipline estremo-orientali, con l’accentuazione di caratteri già in sé ambigui, in vie estatiche, psico-somatiche, sensualistiche ad opera dei moderni espositori, occidentali e orientali, ha insidiato la possibilità di riconoscere l’azione della Gerarchia operante dall’uomo al Divino, tra Spirito anima e corpo, tra uomo e uomo: la priorità assoluta dell’Io sui moti incomposti
dell’anima, l’antecedenza assoluta del pensiero sulle sue determinazioni, il senso sacrale e salvifico della fedeltà dell’Inferiore al Superiore secondo Intelligenza d’Amore.
Dalle viventi logofanie di una grandiosa primordialità iperborea e mediterranea, argomento appunto del primo capitolo, allorché l’accostarsi al Verbo (vak) presupponeva la rigorosa conformità rituale mediante una liturgia del pensiero magico, all’Incarnazione del Verbo stesso, portatore di un nuovo ma decisivo e irripetibile orientamento interiore, cui occultamente, in Oriente, risponde il mutamento di polarità delle vie meditative nei vari darsana, è tracciato il sentiero della perennità che va ritrovato oltre le forme del suo secolare apparire, oltre il pensiero caduto e letèo epperò
celante in sé intatto il segreto della propria conversione.
Lo Zen e il suo satori, ove vengano spagiricamente identificati lungo quel sentiero, possono essere avvertiti come un prologo alla disciplina del pensiero dell’uomo attuale: il satori divenendo simbolo e promessa della Luce-Folgore del Logos.

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